Political Comics

Texts

Dioniso in Iraq di Elettra Stamboulis

in “Daily Iraq”, Bergamo, Libri Aparte, 2009

 

Sir Patrick Leigh Fermor è uno dei più importanti scrittori di letteratura di viaggio. Ma è stato anche coordinatore per l’esercito britannico nel 1944 della resistenza antinazista a Creta. In quella veste egli ebbe un’idea piuttosto ardita, ma che andò a buon  fine. Organizzò infatti la cattura del generale del Reich Kreipe, utilizzando partigiani greci travestiti da tedeschi. Il prigioniero fu nascosto in una grotta e fu lì che un giorno l’inglese lo vide, mentre guardava con aria sognante le pendici del monte Ida coperte di neve, mormorando un verso di Orazio “Vides ut alta stet nive Candidum Soracte”. Il futuro baronetto britannico d’impulso proseguì la poesia latina a memoria. Il generale nazista rispose stupito: “Ach so, Herr Major”. E poi concluse: “Vedo che abbiamo bevuto alle stesse fonti”.
Fermor ha raccontato sessant’anni dopo questo episodio al giornalista e scrittore italiano Rumiz , riflettendo su come oggi si sia fatta strage dell’inestimabile patrimonio iracheno: “Pensi a quanto erano preparati i militari di una volta. Io ero stato mandato in Grecia perché avevo studiato Omero e Kreipe aveva condotto studi classici”. È pur vero che la formazione classicista di tanta parte della gerarchia del Reich non impedì né la Shoah né in generale l’incalcolabile catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia è vero che intravediamo in questo nuovo ordine/disordine mondiale un diverso tratto distintivo. Se è vero che la Seconda Guerra Mondiale ha portato in modo ineludibile e definitivo il conflitto tra i civili, sottraendolo ai campi di battaglia dei militari, i belligeranti di questa guerra forse non mondiale, ma disseminata, hanno inserito anche il patrimonio storico tra le vittime. Questo non vale solo per il cosiddetto fronte occidentale: tra i caduti di questa battaglia del simbolico vanno annoverate anche le statue buddiste di Bamiyan in Afghanistan, inizialmente salvate a fini turistici e poi cadute sotto la clava dell’integralismo visivo.
Una guerra che opera sull’ordine simbolico e identitario diventa in qualche modo iconoclasta. Se l’altro può essere riconosciuto attraverso il valore dato dall’immagine di una storia, di un percorso artistico e culturale, il modo più semplice per farlo dimenticare è annientare o saccheggiare ciò che testimonia tale ricchezza.
Nel lavoro di Costantini la sintesi visiva di tale dettato ideologico si coniuga alla volontà imperativa di mantenere un’attenzione costante sul quotidiano del conflitto. Una donna alza le mani colorate di rosso, al centro il doriforo di Policleto con didascalia in tedesco (a ricordarci che furono loro, i tedeschi, a darci l’arma dell’archeologia), poche parole con gestualità calligrafica ci conducono al contesto. Operazione Liberazione dell’Iraq, alcuni luoghi che riconducono anche i più distratti a un senso di colpa nascosto sotto il tappeto di casa, Kirkuk, Mosul, un rituale non catartico, ma evocativo.  Gli elementi di ciascuna opera sono un alfabeto della memoria consunta e del suo sbiadirsi, sono una sorta di lenzuolo funebre della nostra coscienza di fronte all’ingiustizia commessa non più da un gruppo di organizzati terroristi, ma dagli stati di cui siamo cittadini paganti tasse. L’epifania dell’opera classica ci riconduce all’interpretazione più sublime della nostra cultura democratica, che “a quella fonte ha bevuto”. Si tratta di un’epifania reduce, che porta i segni visibili della contraddizione e del vicolo cieco. È un alfabeto visivo, la cui narrazione è perturbante e ci rimanda un’immagine di noi che non vorremmo vedere. Raccontare la realtà deforma, la realtà stessa passa a diventare analogia e simbolo e dunque i fatti si trasformano in riconoscimento. Il procedimento dell’epifania di queste opere porta sicuramente alla luce molto di dionisiaco e poco dell’apollineo dell’ideologia classicista. E, sì, probabilmente ha ragione sir Fermor, i nuovi generali sono anche meno colti di quelli vecchi.
Elettra Stamboulis

L’episodio è narrato nel libro di Paolo Rumiz, Annibale, Milano 2008. Sull’episodio esiste anche un film degli anni ’50  con Dirk Bogarde dal titolo italiano Colpo di mano a Creta (tit. or. Ill Met by Moonlight).

 

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Sangue in Algeria di Tahar Lamri

Testo in catalogo “Sangue in Algeria”, Perugia, Galleria Miomao, 2008

 

Parlando del lavoro di Joe Sacco (Palestina), Art Spiegelman disse: «In un mondo dove Photoshop non permette più di distinguere il fotografo dal bugiardo, permettiamo agli artisti di ritornare alla loro funzione iniziale: il reportage».
Gianluca Costantini in questa serie di disegni trasforma le foto, il “reportage fotografico”, attraverso un lavoro di memoria e di reinvenzione, e riscrive i disegni, tracciando delle didascalie che sono parte integrante del disegno stesso, in un motto di ribellione contro il verbo “leggere” applicato al fumetto. Fa scoppiare le nuvolette e ci fa entrare nella storia a lungo occultata della guerra di liberazione algerina, con sequenze al confine fra il fumetto, inteso come tracciato dai contorni netti, e la miniatura, nella non-riconoscibilità-riconoscibilità dei personaggi, con la calligrafia, arte islamica per eccellenza e l’omogeneità delle icone dell’arte sacra.
In italiano si dice “scrivere un’icona”, e le icone sono scritte per svelare l’invisibile, Gianluca scrive le icone della guerra d’Algeria e, pur prendendo parte per i partigiani che hanno liberato il Paese, sceglie anche sequenze dove i partigiani diventano carnefici. Adotta, a volte, le didascalie coloniali utilizzando la parola “terrorista” in varie tavole. Parola utilizzata ovviamente dagli occupanti francesi, e non certamente dagli algerini.
Scorrendo i disegni, si ha la sensazione che mettano ordine in un disordine storico. In poche tavole, costruite lontano dalle convenzioni del fumetto, ma anche dai canoni dell’illustrazione, Gianluca Costantini mette in scena con abilità l’intensità drammatica e la volontà di mostrare tutti gli aspetti della Guerra d’Algeria, con estrema obiettività, senza alcun giudizio di valore su nessuno, fosse anche un semplice ritratto di donna.
Forse è questa associazione del tratto, ora fine, ora duro e espressivo, una specie di incoerenza, che mette in scena nello stesso momento la presenza e l’assenza dell’uso delle didascalie – che non sono in alcun modo didascalie in quanto parte integrante del tratto - della realtà che emerge al di là della fonte fotografica inerte (“immortalata” si dice, a mio avviso impropriamente, a proposito degli scatti fotografici, della vita che assumono questi fotogrammi una volta diventati china nera su carta, quando sotto lo strumento da disegno, padrone assoluto della luce, scompaiono gli sfondi che la foto non può evitare, a meno che non sia manomessa successivamente, della loro qualità, poiché danno la sensazione di leggere un album compiuto di grande importanza. Ma non è una sensazione. È un fatto).
Questo insieme di disegni non vuole essere un documento storico, ma incita a leggere la storia diversamente, a prendere coscienza di una storia occultata dai francesi e dagli algerini stessi.
Le parole intimamente impastate ai disegni che compongono questo album si impongono a noi lentamente e partecipano alla costruzione delle rappresentazioni e di una memoria della guerra d’Algeria.
Noi sappiamo che le parole in quella guerra sono state confiscate dal primo giorno del suo scoppio: per i media francesi dell’epoca si trattava di eventi d’Algeria, per poi tramutarsi in guerra, per gli algerini si è sempre trattato di rivoluzione. Pure l’uso del termine battaglia ha avuto vari significati, anche contraddittori (adottato in seguito anche dagli algerini) perché i paracadutisti ingaggiano battaglie, non fanno operazioni di polizia.
La lettura a volte sorprende, con un uso poco convenzionale, fuori dai canoni classici del fumetto, per un certo scarto, a volte, fra il testo e ciò che appare dalle illustrazioni. Il grafismo a base di tratti larghi non si ferma a delle fioriture, e quando lo fa, lo fa soltanto per portare delle sfumature nei giochi d’ombra. Sull’uso delle macchie in questi disegni ci sarebbe da scrivere trattati interi. Evocano sangue, napalm, distruzioni. In definitiva la foto è libera di rappresentare anche senza significato o senza significare, il fumetto (la narrazione grafica) e soprattutto un disegno che racchiude in sé un testo e di conseguenza tesse una trama, raggiunge per forza l’arte della miniatura dove è bandito il ritratto.
Così seguiamo gli eventi d’Algeria da 1954 al 1962, primi attentati di una manciata di nazionalisti (raggruppati in seguito sotto la sigla F.L.N – Fronte di Liberazione Nazionale-) che generano una reazione a catena politica ed economica orribile. Le sommosse di Algeri del 13 maggio 1958 provocheranno, oltre alla miseria e al terrore nella colonia, la caduta della IV repubblica e la chiamata del generale Charles De Gaulle al potere, prima dell’indipendenza nel 1962.
La Guerra d’Algeria narra la sofferenza di un popolo, il suo eroismo forse, ma anche una crisi istituzionale che ha messo l’esercito francese contro l’elite politica dell’epoca.

Stati gassosi della verità di Daniele Brolli

Diario di un qualunquista, Fernandel, 2007

 

In queste pagine, in cui il segno grafico è passato attraverso una mola da arrotino fino a trasformarsi in parola e, viceversa, in cui la calligrafia si è ribellata all’impulso normativo del lettering divenendo disegno, c’è una frase (e non a caso appare nell’apertura di questo volume) che più di ogni altra produce ferite al nostro desiderio di rifugiarci nella monotonia rassicurante di una vita al riparo dai dubbi: “Diceva la verità”.

 

Morte e verità convivono in uno stesso momento, come se in certe parti del mondo dire la verità fosse un prologo alla morte. Nel nostro Occidente ovattato, quella che potremmo definire morte per verità è una morte civile: affrontare la nuda verità, spesso così tragica e inevitabile, porta all’emarginazione intellettuale, all’obliterazione, alla rimozione. La verità è esteticamente ininfluente, non intrattiene, non diverte. Questa è una civiltà in cui la verità viene spesso rimossa grazie al comico nella sua forma più becera e alla finta satira. La verità diventa quindi un percorso fuori dalla società, dove l’idea di qualunquista, che traspare nel titolo di questo libro, è quella di una persona che scompare dietro le false opinioni, nascosta della stordente fabulazione del potere. Un qualunquista etimologico, che rifiuta di partecipare a dispute che tengono lontana la verità del mondo. A quel punto ha due alternative: andare dove la verità mette a rischio la propria incolumità, restare dove la verità cancella la propria identità.

 

La seconda, per paradosso, mi sembra la scelta più difficile, la più scomoda, la più frustrante, quella in cui si diventa invisibili nel mare dell’omologazione.

 

Nel regime dei segni – che non sono quelli grafici ma di status, in cui ognuno accumula evidenziazioni cercando di rendersi più visibile degli altri e costruendo solo una combinatoria priva di sostanza, fondamento del regime del simulacro – la verità è superflua.

 

Il qualunquista di cui sopra nel suo diario non solo lancia i suoi messaggi in bottiglia rimanendo oltre le soglie del visibile, ma annulla ogni forma ideologica di somiglianza, disgrega corpi, facce, oggetti, armi, figure, luoghi… attraverso la ricerca di una loro rappresentazione ideale (che altro è se non verità anche questa?), di un’identità con il concetto espresso dalla loro storia che finisce per divenire sintetica fino alla sparizione dell’originale. Una versione che si trasforma in virus per essere inoculata in una zona remota del nostro cervello in cui è rimasta sepolta la consapevolezza di ciò che è differente e ciò che è uguale.

 

Un diario è una costellazione in cui tutte le dimensioni e gli stati della materia, anche quello degli astri gassosi (pur sempre mortali per noi esseri viventi), sono ammessi. Esemplare la rilettura la fascismo attraverso piccole contraddizioni, aspetti minori, laterali, impalpabili nella dimensione della storia maggiore, ma estremamente rivelatori nel contemporaneo (vedi per esempio alla voce “sabato fascista” o a quella utilizzo del “voi” e del “lei”).

 

L’autore di questo diario non è l’autore di questo diario. I fatti gli sono entrati dentro come un’eco, hanno sbattuto qua e là contro le pareti della sua coscienza e sono riemersi dalla centrifuga perdendo qualsiasi connotazione temporale: sono diventati simbolici, scarni e scarnificati, esaurienti e politici. Sono una cronaca interiore che vale in qualsiasi epoca, che per evadere dal recinto approdano anche alla lingua inglese.

 

I ritratti che trovate sparsi nelle pagine negano presto l’originale, lo decostruiscono, lo interiorizzano e lo risputano per quel che è, con le sue scelte (a volte atroci), con le sue massime che sono il massimo del qualunquismo. Basti la citazione di Leo Longanesi, così ambigua da sembrare un’accusa, così vera da fare paura, così contraddittoria da ritrarre l’Occidente, in via di sparizione, del terrorismo sconfitto, del terrorismo inventato, del terrorismo provocato, del terrorismo a fin di bene: “Non bisogna appoggiarsi ai principi, perché poi si piegano”.

 

Tutti a casa.

Gaze on the war

Gianluca Costantini al Museo della Battaglia del Senio di Sabina Ghinassi

Testo incluso nel catalogo "Linea Gotica" edito dall'Associazione Culturale Mirada

 

L’artista costruisce un intervento etico-estetico: una riflessione sulle testimonianze della seconda guerra mondiale in un'area particolarmente segnata. La scelta è il confronto con il passato rimosso: ora la guerra sedata dal notiziario tv è sensorialmente simile a quella dei pixels di un war game da playstation. Senza perdere una vocazione assolutamente contemporanea, Costantini ritrova invece un altro sguardo sulla guerra, ne incide i momenti con segno tagliente, li manipola con grazia scabra e dissonante, fors’anche affettiva. E resta sempre elegante e velato di un’ironia dolce-amara, struggente nella traduzione calligrafica e quasi cronachistica dei pezzi del museo: un elmetto trasformato in scaldavivande, l’elenco dei caduti lungo la Linea Gotica, il numero dei cacciabombardieri alleati.

El indio di Gabriele Ferrero

Testo incluso nell'albo "El indio" edito dal Centro Andrea Pazienza di Cremona

 

Quattordici fotogrammi di un reportage sull’animo umano.

Tratte dai recenti fatti della cronaca internazionale, le istantanee scattate dalla macchina immaginativa di Gianluca Costantini ci consegnano un resoconto crudo degli eventi che sconvolgono ampie zone del globo terrestre.

Reporter impegnato in un duplice viaggio tra i meandri della mente umana e nei resoconti di guerra, Costantini sceglie con calcolato distacco gli accadimenti sui quali porre la propria attenzione. Anzi, la composizione delle quattordici tavole di El Indio, sequenza che rappresenta il modulo narrativo scelto dall’autore, tratteggia argomenti spesso distanti tra loro e da noi, ma non per questo avulsi dalla realtà.

Armato di un segno essenziale, che farà sobbalzare chi lo conosce per gli eccessi grafici che sono stati a lungo un suo elemento caratteristico, Costantini impressiona con pochi tratti la nostra coscienza, riuscendo a sovrapporre una visione personale alle immagini catturate dall’inconscio.

Riconoscibile e per questo riconducibile al percorso intrapreso da tempo, Costantini sintetizza nella modulazione del tratto, scevro di grafismi, eleganze solo in apparenza meno sofisticate di un tempo.

Alla luce di ciò, il nuovo corso dell’arte di Costantini assume un merito non indifferente: pone profondi dubbi. Dubbi destinati a dissolversi non appena si scorrono le pagine di quest’opera. Un racconto di racconti che si sviluppa attraverso quattordici fotogrammi di vite perdute.

Anni di guerra _ network nostrano di Lello Voce

Testo incluso nel catalogo della mostra "Anni di guerra _ network nostrano" tenutasi alla Libreria 47thfloor di Roma dal 15 luglio al 31 luglio 2004

 

Un fumetto è una cosa fatta da disegni e parole. Di che fumetto si tratti dipende poi anche (e, a volte, soprattutto) da che rapporto c’è tra disegni e parole e questo vale più che mai nel caso di Gianluca Costantini e di queste sue tavole dedicate ai nostri, tristemente familiari, ormai quasi domestici, “anni di guerra”.

Le parole di Costantini sono invadenti, vanno sopra le figure, le coprono, ma non le nascondono, anzi si integrano nei segni visivi, divenendone parte, potenziandone la capacità allusiva grazie ad un loro aspetto curvo, arabeggiante.

Le parole scritte (anzi, disegnate) da Costantini, quasi fossero una rete di vocaboli gettata sulle tavole a catturarne il senso e a trattenerlo stretto, accanto al disegnatore e al suo lettore/spettatore, sono una sorta di grafemi, sono segni ‘concreti’ (nel senso che alla parola attribuivano teorici e poeti del calibro di Haroldo De Campos, o Eugene Gomringer) dove la forma materiale del supporto linguistico ha valore (formale e anche semantico) pari ai contenuti veicolati, stabilisce una forma dello scrivere, del lettering, che è esteticamente decisiva e che influisce sul senso globale della comunicazione e mi ricorda, per l’appunto, certe esperienze internazionali di poesia concreta e visiva.

Per altro verso, continuo, legato, legato quanto un corsivo, è il tratto del disegno, a volte morbido a volte spigoloso, sempre spiccatamente espressivo, nero quanto le parole che lo accompagnano, a formare con la scrittura una sorta di multiverso pittogramma, spiccatamente personale.

La ricerca di un linguaggio ‘diverso’, nuovo, va poi di pari passo con la scelta di parlare di ciò di cui non si parla, o si parla poco e male, e di farlo in modo ‘politico’, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni di un mondo in cui la violenza e la guerra rischiano di restare l’unico orizzonte possibile.

E così dalle tavole fanno capolino i volti di molti “che dicevano la verità” e quelli – sinistri – di chi ha scelto di eliminarli per farli tacere, a dipanare un filo rosso che comincia ieri, a Marzabotto, per terminare, oggi, in Iraq, quasi che queste tavole fossero segnali di pericolo, inviti a deviare, prima che arrivi domani, dalla traiettoria di un’autodistruzione folle e inutile, nella quale alle guerre guerreggiate si accompagnano le stragi ‘bianche’ da lavoro, i genocidi per fame, le violenze quotidiane, familiari.

Dall’intrecciarsi dei segni linguistici e di quelli iconici, dal fondersi e confondersi dei volti, dei corpi, delle cose e dei drammi disegnati, con le parole che li accompagnano in un contro-canto spesso secco, essenziale, gradevolmente stridulo, nascono personaggi che sono protagonisti di una sorta di fumetto istantaneo, che si risolve in un’unica, fulminea immagine, in un lampo crudele che squarcia il buio della pagina intorno.

Ma ognuno di questi lampi è poi elemento di un insieme che è molto più che la somma delle sue parti, che anzi costituisce un organismo, un’individualità complessa… una strana razza di fumetto, un fumetto che, se potesse descriversi in proprio, facendo a meno dei bla-bla di questo introduttore un po’ ingessato, forse direbbe, come diceva di sé Adriano Spatola, indimenticabile poeta: «io sono una città, con tutti i suoi abitanti…»

Masticare l’horror vacui in linee di Elettra Stamboulis

Testo incluso nel catalogo della mostra "Luogo Comune" tenutasi alla Festa Provinciale dell'Unità di Bologna dal 26 agosto al 20 settembre 2004

 

“Cari, che millennio abbiamo fuori?”

BORIS PASTERNAK

 

Chi conosce Costantini per le sue virtuosistiche decorazioni, per l’ossessione bidimensionale e l’horror vacui dello spazio bianco, penserà ad una omonimia, vedendo la nuova serie di disegni realizzata per Luogo Comune 04. In realtà tale cambiamento di rotta, parziale a dire il vero, non esclude la ricerca grafica e decorativa (decorazione dell’esistenza, come l’ha lui stesso definita): i due modus si accompagnano e incontrano lateralmente. Li accomuna un segno terso e preciso, tanto da far apparire la traccia a mano libera come un risultato di programma di elaborazione grafica digitale, cosa peraltro ipotizzabile per uno sperimentatore di media. Invece Costantini regredisce, come se facesse un passo indietro prima della corsa: usa carta povera, da fotocopiatrice e nella riesumazione della linea assoluta, semplice, complice dei vuoti, intona piccole storie estrapolate dal contesto storico e narrativo nelle quali hanno avuto luogo. Sono le schegge informative che colpiscono i nostri neuroni e che, come visivamente rappresentato dal video che accompagna i lavori, costituiscono niente più che uno scarabocchio labile che attraversa il ritmo quotidiano del caffè e la sigaretta.

C’è sicuramente in questa opzione un’eco distinta dei lavori di Pettibon, la cui mostra alla GAM di Bologna ha lasciato un segno importante in questa serie di lavori. L’estemporaneità del segno, a volte quasi espressivo, di Pettibon si traduce in Costantini in grafismo lineare con peculiarità quasi geometriche. Si coglie anche, nella tessitura del testo, la predilezione per un calligrafismo arabeggiante, che a volte rende ardua l’interpretazione semantica: è un altro punto di incontro con il decorativismo insito in questo artista. La parola, e non più il simbolo o il pattern, diviene decorazione e ornamento. I disegni esposti sono piccoli brani di biografie impazzite: gli espatriati cambogiani USA dopo l’11 settembre che fino a pochi giorni prima parlavano solo inglese e guidavano bande a Los Angeles mostrano tatuaggi e gridano slogan dell’assurdo, i manifesti della Nollywood nigeriana si tramutano in quadretti dai gusti secessionisti…in tutti la parola, sintomo evidente e noto della storia fumettistica dell’autore, è arabesco indistinto, continuum evanescente e inestricabile. Sono testi di letture usuali, segni che significano se stessi nella nostra percezione sopita dell’informazione: il gesto, differente nella forma, non risulta molto differente nelle intenzioni da quello della migliore poesia visiva, di esperienze come quelle di Stelio Maria Martini, anche se in coloro che vengono sintetizzati con questa denominazione c’è una maggiore propensione all’aspetto semiotico e alla oggettualità del valore della parola che qui è assente.

Non possiamo quindi parlare di un Costantini militante: piuttosto di un recettore colpito che ha ritradotto i segnali in nuove forme. La realtà c’è e si vede, oppure questa è una utopica semplificazione. Cosa c’è di reale e pragmatico nella stilizzazione in bianco e nero delle figure che vediamo rappresentate, nelle storie implose raccontate con sintesi bruciante in questi segni? Costantini è sicuramente cambiato, ha realizzato una diversa estetica nei suoi lavori, ma questa non ha escluso il percorso fino qui intrapreso. Questa raccolta minuziosa e attenta di oggetti biografici rinvenuti non è altro che l’horror vacui del tempo tracimatore di storie e biografie.

L'arte di riuscire a fare il reporter di guerra di Pablo Echaurren

Testo pubblicato su CARTA Cantieri Sociali, settimanale 15/21 luglio 2004 anno VI n.28

 

Dal 15 al 30 luglio, al 47thFloor di Roma, mostra di disegni dedicati agli «anni di guerra» di Gianluca Costantini. Uno strano «inviato» nei lughi dei conflitti che scatta istantanee per raccontare cosa c'è dietro le apparenze.

 

Uno dice: l'arte è eterna, travalica i secoli, fa piazza pulita delle piccinerie, delle consorterie, delle strategie d'occasione legate alle beghe delle congreghe che fanno e disfanno i destini, i percorsi intestini, i listini.

A seconda.

Al momento attuale l'arte è molto ma moolto sensibile al richiamo dell'effimero, alle sirene delle passarelle, dei canapé, del mondo dorato dei défilé.

Se ne nutre, ci si ingrassa, ci sguazza nella grascia. Ne ha disperato bisogno, per sopravvivere.

Tutto il modello vincente, dominato dalle performance, dalle istallazioni, dai video, necesse di potenti mezzi messi a disposizione per l'allestimento dell'esposizione. E chi più dei grandi sarti, delle case di moda, delle firme delle haute culture?

Armani per l'arte, le provocazioni delle impiccagioni cattelanesce marcate Trussardi, Franca Sozzani, Como 10 a Milano, Bulgari nuovo sponsor di Art Basel - la più grande Kunst Messe - in piega del modo - Vanessa Beecroft con la sua ultima sortita per Pitti iomo dopo quella della Foundation Cartier de Parì. Per non parlare della Fondazione Prada.

Io stesso, che faccio tanto il sofista, ho esposto nelle vetrine di Fendissime a Roma, quindi non dovrei stigmatizzare. E invece lo faccio, mi do la zappa sui piedi ma mi cavo anche i sassolini dalle scarpe.

Oggi come oggi lo stilista rassicura il pubblico e il collezionista sulla fondatezza del gusto. Laddove l'opera appare stenta, incomprensibile, risibile, occasionale, senza spina dorsale, li interviene il marchio universalmente riconoscibile di un super sarto, a garantire che si tratta proprio di qualcosa di valido, che vale la pena guardare e soprattutto comprare.

Dove vige l'estetica del superfluo, l'effimero della moda detta legge, regge contro ogni possibile contestazione che appare subito faziosa, astosa, rosa dall'invidia, comunistoide.

Viceversa, trovare sponda nei Tailleurand dell'arte è sinonimo di raffinatezza, di élite, di un'eleganza di cui una non si può fare senza, pena passare per buzzurri trinariciuti.

Lo so, sono un piagnone, un rompicoglione, un avanzo del pleistocene superiore, ma il glamour da boudoir mi induce immancabilmente a un certo humor noir.

Per questo, intendo segnalare una mostra che esula da tale logica opportunistica snobistica, che si defila, che non sfila sotto i flash, che non insegue i cash. Sto parlando di Gianluca Costantini (art dairector della rivista «inguineMAH!gazine» - www.inguine.net) e dei suoi disegni dedicata agli «anni di guerra», sto scrivendo di un artista che si è trasformato in un meccanismo di informazione grafica, in un network nostrano, in un inviato strano che usa la matita per tratteggiare e disvelare, in un reporter che usa la penna per scattare istantanee fatte di segni decisi, partecipati, essenziali. Come deve essere una narrazione insieme personale e corale, tragica e minimale.

Dal 15 luglio al 31 luglio, al 47th Floor, via Santa Maria Maggiore 127 Roma, tel. 0697606052, www.47thfloor.com.

L'inaugurazione sarà giovedì 15 luglio alle 21.30. In anteprima verrà presentato l'albo «El Indio», con testo di Gabriele Ferrero. Edizioni Centro Andrea Pazienza (Cremona).

Vernissage on-line a cura de l'Ostile.

Se la politica è una scelta di Robert Rebotti, Jacklamotta (scrivano)

 

Se la politica è una scelta, il lavoro di Gianluca Costantini è una presa di posizione cosciente, radicale, senza possibilità di compromesso con la realtà e tutte le dinamiche che nella realtà si sviluppano. Gli avvenimenti quotidiani che si susseguono, in Italia così come a livello internazionale, vengono seguiti dall'occhio attento, risoluto e preciso di Gianluca che ne codifica il senso attraverso il segno. Che è il suo stile. Che è la sua parola. La sua azione. Che è la sua scelta di presa di posizione. PoliticalComics è un diaro rappresentato del presente. Con uno sguardo dritto e teso verso il futuro. E con un piede saldo e stabile in quello che è il suo personale percorso artistico. E qui le parole si combinano al segno. Anche le parole sono segno. E il senso del messaggio aumenta di intensità. E aumenta la tensione. Perchè la tensione deve sempre rimanere alta. Abbattono muri per costruirne di nuovi. Muri divisori. O di cemento armato e filo spilato ed elettricità. Bisogna decidere da che parte stare, semplicemente.

"Il silenzio dei fumetti è insopportabile"

Il fumettista italiano parla dei suo disegni e dei messaggi politici che contengono.

di Asteropi Lazaridou (BHMA sabato 25 aprile 2006)

 

"Nei musei dovrebbero conservare le fotografie di coloro che hanno vissuto una guerra, non le operebanali di Botero ": l'ironia del disegnatore italiano Gianluca Costantini è pervasiva nelle sue opere in bianco e nero. Le ciniche righe che accompagnano i suoi disegni, anche se seguono i canoni della calligrafia, non hanno come obiettivo principale il mantenimento della forma. Al contrario, non esitano a parlare di verità che fanno arrabbiare, mettono in difficoltà e si occupano perlopiù dei mali della guerra e della confusa situazione politica che regna in qualsiasi parte del globo si guardi. Il pubblico ateniese ha l'occasione di conoscere il suo elaborato cinismo grazie alla mostra "Political Comics" che sarà ospitata nello spazio espositivo delle edizioni Vavel a partire da lunedì 27 marzo fino al 15 aprile.

Questo illustre artista crea disegni complessi, densi, che ti obbligano ad osservare a lungo fino a controllare anche il più piccolo dettaglio. Non vedremo mai le sue immagini senza parole " Il silenzio dei fumetti è insostenibile, non lo sopporto! Sono a favore della vicendevole influenza di parole e disegni, questa è la vera forza, questo rende questa arte unica e particolare strumento di comunicazione" egli ci tiene a sottolineare. Ama il bianco e nero per i forti contrasti che offre ed in particolare perché non è regalato: "non ti lascia margini per poterti nascondere dietro trovate, non puoi vendere ciò che non sei".

È stato più volte vittima di censura: Alcuni editori adottano la censura preventiva. Avendo visto tuoi lavori precedenti, decidono a priori che non vogliono lavorare con te.

Anche se si occupa di pagine infelici dell'attualità, non perde il suo ottimismo: è certo che i fumetti politici non possono cambiare il mondo, possono però rendere affilate le menti del pubblico, facendolo fermare per alcuni secondi davanti ad una piccola vignetta, isolando un elemento della realtà che purtroppo è passato tra le righe dei mezzi di comunicazione di massa, conclude. (Traduzione Elettra Stamboulis)

CENA CON GRAMSCI
Testo Elettra Stamboulis

Disegni Gianluca Costantini

 

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JULIAN ASSANGE

dall'etica Hacker a Wikileaks

Testo Dario Morgante

Disegni Gianluca Costantini

 

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